Vivere al tempo del Covid. Il pericolo di essere donne

In quest'ultimo anno la vita delle donne si è fatta più dura: femminicidi e disoccupazione femminile ne sono la prova, e anche alcune recenti sentenze lasciano perplesse. Ne parliamo con l'avvocata Francesca Garisto del CADMI. ()

scialleLa Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate è l'organizzazione che per prima a Milano si è preoccupata di aiutare le donne minacciate di violenza. I femminicidi in aumento in questi 12 mesi, negli ultimi due giorni addirittura tre, palesano un problema sociale che pare essere sempre rintuzzato.

1) Si ha l'impressione, leggendo il risultato di processi di violenza sulle donne, che le la giustizia sia distratta. Il delitto per gelosia giustificato, il marito che viene assolto per aver colpito la moglie con un pugno in viso, una condanna per incesto della figlia per 30 anni rimasta inapplicata. Si sa che occorre attendere le motivazioni delle sentenze, la cui pubblicazione è posteriore, ma quali loro aspetti evidenziano una interpretazione non propriamente equa?

Una giurista seria non può esprimere un giudizio relativo a una sentenza, prima che venga resa pubblica la motivazione. È il giudice stesso a dire quanti giorni impiegherà per scrivere e depositare la motivazione; se non precisato avviene dopo quindici giorni, che possono diventare 30-60-90 giorni per sentenze complesse; nella motivazione deve essere spiegato l'iter logico che lo ha portato a decidere sulla base dei fatti accertati e sulle valutazioni di diritto. Prima di questo possono essere espresse solo affermazioni generiche, come sconcerto o delusione, ma non è possibile argomentare.

2) Negli ultimi anni ci sono state aperture che hanno portato a una maggiore attenzione alle denunce di violenza sulle donne. Come accade che poi certe sentenze sembrino minimizzare questo problema?

Succede perché non c'è un'adeguata formazione e competenza specifica sulle ragioni della violenza, sul contesto e sugli effetti che provoca sulle vittime, viene sottovalutato il pericolo prodromico della violenza grave. Certe sentenze possono recare danno oltre che alle donne, anche al resto della società, perché fanno opinione, sono lo specchio della cultura. Il problema di base è proprio la cultura patriarcale dominante che considera le donne responsabili della violenza che subiscono e cittadine di serie B. Solo da poco tempo, per esempio, è applicata una legge che prevede un indennizzo da parte dello Stato per le vittime della violenza.

3) In queste ultime settimane ci sono stati femminicidi quasi quotidiani e un terrorista voleva sterminare le donne e gli studenti con un lanciafiamme. Quali azioni è necessario avviare per contrastare questa tragedia infinita? La giustizia può aiutare per un cambiamento?

La cultura che crea accettazione della violenza, può essere modificata solo attraverso un cambiamento radicale e l'abbattimento degli stereotipi di genere per mezzo degli strumenti della formazione individuale e dell'istruzione, la giustizia viene solo alla fine, perché appunto è lo specchio della società.
Occorre un cambiamento radicale che controlli l'uso del linguaggio, delle immagini, della pubblicità, e in generale della comunicazione, nel rispetto della dignità e del valore delle donne. Si dovrebbe iniziare sin dalla scuola materna a educare al rispetto di sé e degli altri. Passi avanti sono stati fatti, ma è evidente che al momento ci sia un ritorno al passato.

4 ) In questo tremendo anno quali difficoltà ha incontrato il CADMI ad agire per aiutare le donne vittime della violenza e come si è organizzato?

Le difficoltà sono state di ordine sanitario ed economico. Abbiamo attrezzato gli spazi della sede con divisori in plexiglas e disinfettanti per poter incontrare fisicamente le donne, che, comunque, trovavano difficoltà ad allontanarsi da casa. Abbiamo usufruito di Skype e altre piattaforme per comunicare con loro e tra di noi.
Le difficoltà economiche si sono accresciute, perché gli aiuti al CADMI si sono ridotti con la crisi e la chiusura di tante attività che hanno lasciato senza lavoro soprattutto le donne - un'ultima statistica dice che il 98% sono donne.
Siamo presenti sul territorio da 35 anni, siamo state le prime a muoverci seconde le linee di altre esperienze all'estero, ancor prima della convenzione di Istanbul del 2011- sulla prevenzione e la lotta alla violenza domestica adottata dal Consiglio d'Europa ed entrata in vigore nel 2014.
Regione Lombardia però non ci dà soldi, perché vuole il codice fiscale delle donne che proteggiamo con l'anonimato. Questo basta alla Regione per negarci aiuti economici, che altre associazioni ricevono. Ma questo fa parte del nostro protocollo, le donne devono essere sicure che possono parlare senza sentirsi giudicate o catalogate e che quanto raccontano non verrà divulgato. A loro offriamo assistenza psicologica, legale e una casa se necessario.


CADMI - Via Piacenza 14
Tel. 0255015519
www.cadmi.org


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