Da Venezia a Milano, ben tornato cinema

Piccolo percorso personale tra i film proposti dalla rassegna “Le vie del cinema” a uso e consumo di chi, bontà sua, ne volesse tenere conto. ()

nowhere special immagineFinalmente, con tutte le precauzioni del caso, si torna al cinema anche grazie alla tradizionale rassegna di film provenienti dal Festival di Venezia, proposti da Agis Lombarda sempre con meritevole intraprendenza organizzativa, malgrado tutto.
E nel “malgrado tutto” ci sta la forzata convivenza con il Covid, la comprensibile diffidenza degli spettatori abituali, la scarsità di risorse che, ad ogni buon conto, ha permesso di costruire una rispettabilissima proposta di oltre venti film, nove dei quali provenienti dal concorso ufficiale e molti di più dalle rassegne collaterali che, molto spesso, propongono opere decisamente più interessanti della selezione principale.

Andare al cinema, dunque. Certo fa effetto entrare in sale, anche molto capienti, e contare poche decine di spettatori, ma tant’è, questo è quello che le norme vigenti permettono e ci si deve accontentare in attesa che tornino a fiorire gli schermi.
Va da sé che non tutti i film in rassegna raggiungeranno la normale (?) programmazione in sala e, soprattutto in questo periodo, le cinematografie minori pagheranno maggiore scotto.
Si parte il 23 settembre con “Laila in Haifa” di Amos Gitai e la prima visione non è esaltante: vicenda confusa di malesseri esistenziali tutti sofferti in un locale pubblico di Haifa dove si incrociano, senza particolare interesse per lo spettatore, i destini dei protagonisti del film.
Miglior sorte con “Genus Pan” di Lav Diaz, già vincitore a Venezia nel 2016 con “The Woman Who Left-La donna che se ne è andata”, dramma a tinte forti che si sviluppa lentamente in 157 minuti di perfetto bianco e nero, nulla in confronto ad altre opere del regista filippino della durata di molte ore. A tratti lento e ripetitivo, ma non manca spirito poetico.
L’impegno civile è alla base di “Quo vadis, Aida?” della regista bosniaca Jasmila Zbanic che rievoca con partecipazione corale il dramma dell’eccidio di Srebrenica durante il tagico conflitto nella ex-Jugoslavia negli anni ’90 del secolo scorso.
Ci si indigna per le efferatezze dei serbi e per l’ignavia dei rappresentanti dell’ONU.
Il regista iraniano Majid Majidi propone nel suo “Sun Children” le vicende di un gruppo di ragazzini alle prese con la vita di strada, con un certo richiamo, quasi ottant’anni dopo, al nostro neorealismo.
Sotterfugi, piccoli furti, malizie varie fanno da sfondo a una vicenda tutto sommato buonista da cui risalta l’umanità dei piccoli protagonisti. Non a caso il giovane interprete principale ha ricevuto il Premio Mastroianni quale miglior attore emergente.
Si parla bene di “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli, film già in distribuzione nelle sale, ma non è tutto oro quello che luccica. Il film è troppo didascalico, infarcito di citazioni e di episodi molto noti delle vicende della famiglia Marx nell’esilio londinese (qui riambientato in Belgio). Se si esclude la protagonista Romola Garai, nella parte della più piccola delle figlie di Marx, il resto del cast non sembra essere all’altezza.
Invece, se capitasse mai nelle nostre sale, vale una visione “The Whaler Boy” di Philipp Yuryec, film russo ambientato ai nostri giorni nelle lande desolate dello Stretto di Bering. Racconto non banale della crisi di crescita di un adolescente che vive in un ambiente respingente. Bella fotografia del mare nordico e della tundra.
Al giovane regista italiano Giovanni Aloi si deve un film tutto francese che nel titolo originale suona “La troisième guerre”, costruito intorno all’instabilità psicologica di un giovane soldato alle prese con il clima pesante della minaccia del terrorismo islamico. Da vedere, per l’attenta costruzione dei personaggi e per i risvolti drammatici della storia dove non sono previsti sconti per nessuno.
Preparate invece i fazzoletti quando andrete a vedere (il film è assolutamente da vedere) “Nowhere Special” di Uberto Pasolini, già ottimo autore di “Still Life” (2013) anch’esso passato a Venezia a suo tempo.
A Belfast, ai giorni nostri, un giovane padre che sta per morire cerca disperatamente una soluzione di vita futura per il figlioletto di quattro anni. Senza rivelare nulla della trama, siamo al cospetto di un film difficilissimo da realizzare senza cadere nel lacrimevole più che banale. Scopo raggiunto anche per la bravura e la sensibilità del padre (James Norton) e la naturalezza empatica del figlio (Daniel Lamont). Un film speciale.

Divertente e coinvolgente invece “Extraliscio-Punk da balera” di Elisabetta Sgarbi, il cui sottotitolo recita:” Si ballerà finché entra la luce dell’alba”. Una docufiction condotta con sublime complicità da Ermanno Cavazzoni, poeta visionario quanto basta e autore di quel “Poema dei lunatici” che ispirò Fellini per il suo “La voce della luna”. Qui la regista propone le vicende di una band extra-straordinaria con il culto del ballo liscio (rivisitato) nel Dna.
Un mondo a parte fatto di suoni, colori, umori e sapori ben restituiti da Moreno il Biondo, Mirco Mariani (calorosamente presenti in sala) e da Mauro Ferrara, altrimenti noto come “L’Alain Delon della Romagna”. Forse non c’era il bisogno di sdoganare il liscio, in quanto genere musicale molto radicato e implicante, ma il film agevola la comprensione di un mondo che affonda nella tradizione e si proietta verso il futuro.
Tra gli ospiti sullo schermo Elio (già Storie Tese), Jovanotti e Antonio Rezza.

Riprendiamoci, sia pure con cautela, il diritto di andare al cinema.


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